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Presentazione del modello teorico

La teoria del deficit parentale ha un impianto teorico fondato su tre discipline: la psicologia, l’etologia e la biologia dell’evoluzione.
Della psicologia accoglie l’intero apporto della teoria dell’attaccamento, studiando a livello microscopico lo stile di accudimento della specie umana e attingendo in particolare ai lavori di René Spitz, John Bowlby e Daniel Stern.

L’etologia, solido piedistallo scientifico su cui lo stesso Bowlby ha basato i suoi studi, descrive le caratteristiche di comportamento animale nel suo ambiente naturale e permette di conoscere il punto di partenza da cui ebbe origine la trasformazione operata dall’uomo negli ultimi milioni di anni. Il riferimento è ai contributi di diversi autori e in particolare a Konrad Lorenz, Eibl-Ebesfeldt e Robert Hinde.

La biologia dell’evoluzione muove dagli importanti studi di Charles Darwin, Richard Dawkins, Stephen Jay Gould, Ernst Mayr, Desmond Morris e Mark Rydley. In particolare si adotta dal darwinismo il ragionamento funzionalistico, ovvero la riflessione sulla funzione che un determinato fenomeno assume a livello dell’evoluzione della specie, in direzione di quale vantaggio per la sopravvivenza avvengono determinate trasformazioni.

Nella specie umana si è prodotta una parziale degenerazione delle cure parentali, per una serie di ragioni evolutive (la perdita della pelliccia, che impedisce al piccolo di stare aggrappato alla schiena o al petto materno; la posizione bipede che costringe a scaricare il figlio a terra, compromettendo la continuità del contatto fisico), e ciò ha introdotto delle interruzioni del segnale di piena presenza affettiva materna (deficit parentale) rispetto al normale flusso di azioni che dalla madre viaggiano in direzione del bambino. Per deficit parentale si intende la mancata emissione di segnali sensoriali o, peggio, l’emissione di segnali ostili nel corso del periodo critico, dai 6 ai 36 mesi di vita. Non tenere il bambino in braccio, o non guardarlo o non sorridergli, o più ancora parlargli con tono di rimprovero o allontanarlo volutamente da sé, gli procura un allarme mortale, dato che esso interpreta queste condizioni come la certezza che la madre stessa ha avvistato un pericolo, o è ferita, o ha delle valide ragioni antipredatorie per agire così. Il bambino non ha infatti un contatto diretto con la realtà degli eventi, ma assume le sue informazioni dal comportamento della madre. Ogni scostamento dalla condotta prevista, cui si attengono tutte le madri mammifere, vale per lui l’informazione di un pericolo di vita incombente, cui reagisce con la reazione del grido e del pianto, vero attacco di panico motivato dalla caduta, anche se lieve, del segnale atteso (risposta d’allarme antipredatoria).

Se si paragonano le cure parentali umane a quelle di tutti gli altri mammiferi, si ha la misura di questo grado di cambiamento, dato che per esempio uno scimpanzé trascorre i primi due anni aggrappato alla madre – sul ventre o sulla schiena – e non esce dal suo campo visivo nei primi quattro (Bowlby, 1988). A ciò va aggiunto che l’uomo è infantilizzato, in quanto neotenico (Bolk, 1926; Gould, 1977; 1980), ossia a forte trattenimento dei caratteri infantili (pedomorfosi). La specie umana ha dunque allungato l’infanzia, intesa come stato di delega dell’azione e attesa del segnale affettivo, e ha ridotto il segnale stesso, per procurare dei microallarmi non mortali con cui condizionare la crescita dei propri figli.

La teoria dell’attaccamento ha identificato l’esistenza di questa deprivazione caratteristica – Bowlby dedicò ampio spazio alla comparazione tra uomo e primati, osservando la vistosa differenza che corre tra i loro stili d’allevamento (1969; 1973) – e ha anche evidenziato il nesso tra vicende dell’infanzia e caratteristiche adulte come ansietà, evitamento affettivo, iperaggressività – un dato confermato sperimentalmente dagli studi sulla deprivazione materna di Harlow sui macachi nemestrini (1966). Ha poi ben descritto come la separazione dalla madre, o la semplice minaccia, determini nel bambino la ricerca ansiosa del contatto con la madre stessa e la riduzione di ogni attività di esplorazione (Bowlby, 1973). Ma non ha cercato per questi fatti una spiegazione funzionale, mancando di chiedersi, in una logica darwinistica, in funzione di quale vantaggio per la sopravvivenza tale differenza si fosse affermata nella specie umana.

Alice Miller ha descritto con vividezza la condizione infantile umana, soggetta a traumatizzazione affettiva, e ha posto in luce l’insieme dei meccanismi di difesa che l’accompagna (rimozione, idealizzazione, isolamento, sublimazione) definendola “interiorizzazione del dramma originario” (Miller, 1979). Il bambino subisce dal genitore un trattamento affettivo inadeguato, ma non sa accusare il genitore di quanto gli accade, anzi, gli diviene tanto più devoto quanto maggiore è stata la deprivazione ricevuta. Secondo Alice Miller il comportamento del bambino di ricerca di protezione si spiega in quanto esso attende amore dal genitore e non prescrizione costrittiva, e quanto più è posto in allarme tanto più cerca la difesa da quell’allarme inconsueto e imprevisto. Il comportamento del genitore è invece dovuto al fatto, sempre secondo il pensiero di Miller, che egli ha ricevuto a propria volta dai genitori quel tipo di comportamento traumatizzante e per coazione non può far altro che trasferire da una generazione all’altra ciò che ha appreso.

Dunque, perché brutalizzare i piccoli con una cerimonia di iniziazione che dura anni e che ha i suoi apici rituali nella circoncisione e nella clitoridectomia? Perché far scivolare tanta cattiveria da una generazione all’altra, visto che chi subisce infliggerà a propria volta? Quale beneficio può pagare il costo di quell’infermità emotiva endemica che ne consegue, ovvero la nevrosi?

L’interpretazione in termini darwinistici di questi fatti consente di affermare che l’uomo ha adottato da migliaia di generazioni una deprivazione educativa per accrescere il proprio vantaggio competitivo, inizialmente nei confronti delle altre specie e successivamente nei confronti delle popolazioni umane concorrenti. Lo scopo di questa deprivazione educativa è duplice, da un lato serve a ridurre l’intraprendenza individuale (limitando l’esplorazione che condurrebbe all’autonomia) e a sollecitare la delega sulla scelta dell’azione (spingendo ripetutamente a correre presso la madre, fisicamente e soprattutto psicologicamente), dall’altro ha il fine di sfruttare questa insicurezza artificiale per indottrinare il piccolo in crescita coi precetti della collettività, seguendo il principio che solo attenendosi ai comandi imposti può ridurre lo stato di tensione che gli è stato procurato.

Un’altra vistosa differenza tra l’uomo e i mammiferi sociali è infatti in quota allo stile di vita comunitario, che non si fonda sul legame affettivo di primo grado (come avviene per lupi, delfini, leoni, ecc.) ma su quello etico e che funziona anche tra estranei e può per questo raggiungere aggregazioni quantitative di milioni o miliardi di soggetti, mentre nei mammiferi ha il suo limite nel numero di parenti di primo grado e raramente può essere superiore a venti o trenta.

La collettività umana è più simile a quella degli insetti sociali come formiche, api, vespe e termiti, che però discendono da un’unica madre e sono unite in colonia attraverso un riconoscimento chimico e non sensoriale-emotivo, ed è la sola capace di muovere milioni di soggetti al comando di un solo cervello (leader), sfruttando il fatto che ogni singolo ha ceduto gran parte della sua intraprendenza individuale (egoismo) a favore della duttilità a essere guidato nell’azione. La nevrosi è da questo punto di vista la conseguenza sgradevole di un vantaggio funzionale considerevole: ogni essere umano paga il costo di avere avuto un’infanzia soggetta a microtraumatizzazioni finalizzate a educarlo al collettivismo, ma ha in compenso il vantaggio – grazie allo stesso collettivismo – di essere vivo e di non correre il rischio di essere ucciso e mangiato, come invece accadeva fino a diverse decina di migliaia di anni fa.

In questa prospettiva diventa importante osservare come, rispetto all’originaria definizione di Bowlby, a provocare la risposta d’allarme non siano solo gli episodi di separazione o di minaccia di separazione, ma un vasto repertorio di microsegnalazioni in partenza dalla madre verso il figlio.

Ciò che distingue la madre umana da ogni altra madre mammifera, e in particolare dalla mamma primate da cui evolutivamente discendiamo, è un insieme di caratteristiche. Alcune di tipo fisico, come la perdita della pelliccia e la postura eretta, che determinano l’impossibilità di mantenere per alcuni anni il piccolo aggrappato in posizione ventro- dorsale, come invece fanno tutte le altre scimmie. Altre di tipo riproduttivo, come la scelta (biologica) di poter fare anche un figlio all’anno, ossia almeno due o tre anni prima che il precedente figlio abbia raggiunto una soglia di maturità sufficiente a non subire conseguenze negative dalla riduzione della cura materna (intorno ai 3 anni); normalmente le scimmie antropomorfe di grandi dimensioni hanno un figlio ogni quattro anni. Altre ancora di tipo relazionale-emotivo, che rendono il genitore umano – passato a sua volta per il trattamento della crescita microdeprivata – meno spontaneamente empatico delle altre madri mammifere, oltre che prescrittivo-punitivo.

Ognuna di queste qualità, tipicamente umane, contribuisce a generare la riduzione del segnale materno (deficit parentale) cui segue una proporzionale reazione d’allarme infantile. Lo scopo di tutto ciò rimane la limitazione dell’autonomia e la sollecitazione del sistema di delega ansiolitica. Ma a questo punto si capisce che non sono solo le occasionali separazioni o le minacce di separazione dalla madre (Bowlby, 1969; 1973) a dover essere indagate per capire e spiegare l’origine dell’ansietà o del ritiro sociale intimo – come di una più ampia costellazione di comportamenti o sentimenti caratteristici – ma più in generale l’intero sistema educativo umano. Così come si comprende che a questo modello di crescita non può essere imputata la coazione di un’inutile crudeltà, come

talvolta appare dalle parole di Miller (1980), ma il compito di trasformare un primate destinato all’individualità e alla socializzazione tra parenti, in un cittadino rispettoso delle regole di una nazione di milioni di estranei di cui esso è chiamato a essere parte integrante, e anche integrata.

Tra le conseguenze caratteristiche della deprivazione educativa, in pieno contrasto col mondo animale, si hanno quindi:
1) il parziale ritiro della socialità intima (che determina la difficoltà adulta a aprirsi pienamente in una relazione affettiva e la riduzione dell’empatia nei confronti dei figli; oltre una certa soglia, il ritiro della socialità intima inibisce definitivamente il desiderio di unirsi in coppia o di riprodursi, facendo sì che tra il dieci e il venti per cento della popolazione umana sia single o senza figli);

2) la tendenza a dipendere da soggetti affettivamente distaccati, colpevolizzanti o maltrattanti. Mentre il ritiro configura una forma di ipofilia, la dipendenza, che ne rappresenta il polo opposto, (come nel caso degli ioni o dei magneti) una di iperfilia: ogni individuo presenta mediamente una componente ipofilica e una iperfilica e con la sua parte iperfilica è normalmente attratto da soggetti ipofilici che ama e idealizza, ma non è ricambiato, mentre con la sua parte ipofilica può attrarre soggetti iperfilici verso cui mostra scarso interesse; nelle relazioni transgenerazionali il fenomeno è particolarmente intenso e visibile, essendo il vettore attraverso il quale si trasmette la deprivazione educativa;

3) l’iperaggressione reattiva rivolta verso terzi minori inoffensivi (bullismo, mobbing, stalking, femminicidio, razzismo, educazione deprivante, ecc.) o verso se stessi (comportamenti lesivi di tipo fisico o per mezzo di abitudini distruttive, come il consumo di droghe o alcool);

4) lo stato di tensione permanente di cui l’uomo è portatore e che condiziona, tra le altre cose, la sessualità (dall’impotenza/vaginismo all’anorgasmia) e la riproduzione. La nostra specie si è verosimilmente ipersessualizzata – a causa dell’estro permanente e quindi del corteggiamento permanente, essendo in natura le due cose collegate – portandoci a concupire il prossimo con intensità dieci volte maggiore degli animali. L’ipersessualizzazione serve a sopperire alla difficoltà di accoppiarsi, come accadeva anche ai macachi di Harlow (1966) e come accade agli animali sottratti alle madri nell’infanzia e portati negli zoo, o nei circhi. Serve anche a sopperire alla difficoltà di indurre la fecondazione ─ una donna impiega mediamente diversi mesi per restare incinta e questo è dovuto al fatto che risentono del disagio impresso nella prima infanzia e tendono a disporsi con difficoltà nella condizione fisica di venir fecondate (le madri animali regolano la loro disponibilità a procreare sulle condizioni ambientali: se hanno paura perché percepiscono troppi rischi, divengono temporaneamente infeconde);

5) il comportamento pacificatorio e l’aggressione nascosta. Per comportamento pacificatorio si intende ogni azione rivolta da un individuo a un membro della stessa specie, avente la finalità di ridurre la minacciosità che da quest’ultimo viaggia in direzione del primo (Mainardi, 1992). La funzione della pacificazione, negli animali, è quella di tenere basso il livello di conflittualità nei gruppi, potendo contare su un segnale di resa da parte del debole che inibisce l’aggressione del forte, al quale viene riconosciuta

la superiorità gerarchica o l’accesso alle risorse per cui era nato il conflitto. Nel caso dell’uomo il comportamento pacificatorio, sollecitato dalla prescrittività del genitore, assume la forma di efficientismo: il bambino impara a conformarsi ai voleri dell’adulto con lo scopo di abbassarne lo stato di minaccia. Questo è il meccanismo centrale della deprivazione educativa, che sfrutta la paura indotta dalla riduzione affettiva, o dalla franca minaccia, per modellare l’esecuzione dei compiti imposti e che porta i piccoli a essere bravi a scuola e in casa sulla base di una spinta solo apparentemente interiore. Una spinta per altro davvero notevole, dato che fonda sulla paura di morte, grazie all’equivoco ingenerato dal genitore, che segnala rischio di vita senza che ciò sia effettivamente vero. Per dirla secondo dei concetti coniati di Winnicott, sotto la pressione dei gusti e dei bisogni dell’adulto si fonderebbe lo sviluppo del Falso Sé, a discapito dello sviluppo del Vero Sé, ovvero dei sentimenti e dei desideri reali del bambino (1965).

L’aggressione nascosta è il corollario dell’efficientismo pacificatorio, essendosi accumulata una grossa quota di rabbia causata dall’educazione deprivante, rabbia e quindi aggressività che è rivolta al genitore, ma che non deve sembrare tale. Quindi con aggressione nascosta si intende ogni azione che ha come effetto quello di produrre la sofferenza o l’irritazione del genitore, ma che non può essere imputato a una volontà diretta di dolo (e per questo è nascosta, ossia non sanzionabile). Esempi precoci sono non mangiare, essere iperagitati, rompere involontariamente gli oggetti, fare la pipì a letto, ecc. Esempi adolescenziali invece sono l’anoressia, l’uso di droghe, la frequentazione di coetani malvisti dai genitori, rimanere o mettere precocemente incinta, andare male a scuola, interrompere gli studi, fuggire di casa, ecc. L’aggressione nascosta accompagna in forma proporzionale l’efficientismo, perché muove dal convincimento profondo che ciò che l’individuo è chiamato a eseguire per via forzosa sia ingiusto, e provochi in conseguenza la sua ferma, per quanto indiretta, opposizione.

Il convincimento profondo attinge a quella parte della personalità fondata sugli istinti e sulle attese primarie, disattese dalla novità ambientale della deprivazione educativa. La prima coincide con l’inconscio, contrapposta alla coscienza riparatoria. Esisterebbero dunque due menti: una che contiene la verità (memoria procedurale) e un’altra che ritrascrive la verità sotto forma di una storia confortante e lontana dal trauma (memoria dichiarativa). La memoria procedurale conserva i dati del bambino sofferente e di ciò che resta dell’istinto individuale originario; la memoria dichiarativa riscrive quelle verità nel loro contrario. La prima memoria (o prima mente) è quella del Vero Sé, degli atti mancati, dei sogni, la seconda memoria (o seconda mente) quella del Falso Sé, della falsa coscienza e dell’opportunismo di superficie.

Ogni individuo è spaccato in due tra una componente di resistenza e una di acquiescienza forzata e nella propria coscienza, modellata dalla volontà e dai discorsi della collettività anti-individuale, vede rappresentata solo la seconda. Al centro di questa rappresentazione sta l’idealizzazione compensatoria, che impedisce di vedere nel genitore colui che ha acceso la miccia della minaccia, ma solo colui che ha provveduto a spegnerla; ogni attacco di panico del bambino allontanato o rimproverato dalla madre è infatti seguito dopo poco da un “attacco di giubilo”, in cui il bambino sperimenta il grandissimo piacere di non sentirsi più in pericolo mortale, e questo grazie all’azione del genitore che è

tornato a trovarlo, o ha ripreso a sorridere. In virtù di questa cecità selettiva, ogni individuo non ha l’informazione di come ebbero a formarsi in lui determinati comportamenti, sentimenti e pensieri. Ciò che pensa è ciò che gli è stato suggerito di pensare, in linea con la modificazione della cura parentale secondo la versione umana. Gli animali direbbero che l’uomo tratta i suoi figli molto peggio di quanto non facciano loro coi propri. L’uomo, stante la formazione reattiva finalizzata all’ansiolisi compensatoria, pensa sempre di essere stato molto fortunato a avere quel tipo di infanzia e che nessuna madre ama i suoi figli come quella umana.

Funzionamento della terapia

Il modello di terapia si fonda sul doppio principio, ben descritto in letteratura, di offrire alla persona in cura 1) una versione diversa da quella archiviata nella sua mente rispetto alla sua identità psicologica e comportamentale (perché sento e faccio questo?) attraverso 2) un atteggiamento partecipe, empatico e schierato del terapeuta.

Il primo principio è di contrasto alla verità storica ereditata dal tempo della crescita, la quale somiglia alla coscienza di quei popoli privi di libera stampa e manipolati da un’informazione di propaganda. Proprio come nel caso di questi ultimi – che non sanno di essere stati defraudati del potere e che vivono in povertà credendo invece, grazie a una verità di regime, di essere privilegiati e ben trattati – il bambino cresce in un clima di palese tensione che l’adulto nega e capovolge. È sempre “per il bene del bambino” che si depriva affettivamente il bambino, il che da un lato è certamente vero, perché questo contribuisce a inserirlo nella collettività forzosa e assicurargli una vita priva di rischi predatori, ma a livello soggettivo nessun vivente percepisce con tanta certezza l’imminenza della morte quanto l’uomo dopo il tempo della microtraumatizzazione continuativa. Ciò che l’adulto non sa è il modo in cui è divenuto membro di quella collettività che pure gli assicura la sopravvivenza fisica, quindi non è cosciente del prezzo che ha pagato a livello psicologico e che si concretizza nell’insicurezza di fondo (talora mascherata nel suo opposto reattivo, di tipo narcisistico), nella difficoltà relazionale, nella dipendenza, nell’aggressività passiva, nella pacificazione.

Prendere conoscenza dell’origine dei suoi stati d’animo e del suo comportamento può indurre in lui, se ha temperamento ed età appropriati, un cambiamento strutturale che lo libera dall’antica soggezione forzosa, ripristinando anche parte della socialità intima.
La psicoterapia dinamica si sostanzia nell’invio di un messaggio cosciente da un soggetto informato a uno non informato, e ha il suo motore d’azione nel cambiamento che la nuova informazione (processata dalla memoria dichiarativa) può produrre nel nucleo profondo della personalità (gestito dalla memoria procedurale).

La teoria dell’attaccamento prima e le successive indagini sul modo di crescere i bambini hanno accresciuto il numero di informazioni normalmente ignote, sia perché effettivamente non indagate, sia soprattutto perché coperte dalla rimozione emotiva e valorizzate dall’etica comunitaria, che come la propaganda di regime le nega e reprime. Oggi esiste un rilevante bagaglio di notizie che possono essere veicolate in terapia per

determinare il cambio di orientamento psicologico dell’adulto che voglia sapere come è effettivamente diventato quel che è (chi sono, da dove vengo, dove vado). Per usare le parole della Miller, “le conseguenze di una esperienza traumatica, per esempio di un maltrattamento subito, possono essere eliminate solo quando tutti gli aspetti traumatici di quest’esperienza siano rivissuti, articolati e condannati nel quadro di una prudente e circospetta terapia rivelatrice. [...] Le persone sofferenti non immaginano neanche che nel quadro di una lenta e cauta procedura potrebbero sicuramente sopportare la verità e che soltanto questa, alla lunga, può essere d’autentico sollievo”. (Miller, 1990, pagg 7-8).

Questo vuol dire che il campo di ricerca sul modo in cui l’uomo opera la crescita dei suoi figli e del come li fa diventare adulti è esso stesso il deposito tecnico da cui trarre le informazioni-stimolo per provocare il cambiamento. A nessuno infatti riesce di vedere l’influenza del condizionamento subito una volta concluso l’edificio della crescita, dunque a nessuno è accessibile il dato sul modo in cui fu manipolato il suo assetto originario attraverso l’introspezione retroattiva. Mentre tutto diventa più facile, ed efficace, se qualcuno, informato su questi fatti, glieli espone con chiarezza.

Il buon terapeuta è tenuto a spiegare con semplicità al paziente, anche attraverso l’uso di metafore e di immagini rappresentative, come funziona l’apparato psichico, la memoria, il sistema limbico e in modo particolare come l’ambiente, il clima emotivo e l’educazione ricevuta, che Miller chiama “Pedagogia nera”(1980), hanno plasmato l’assetto istintuale e la personalità del paziente da bambino.

Ogni alterazione dello schema primario (rapporto figlio-genitore) si riverbera in modo più o meno diretto sugli schemi relazionali successivi, come attestato da numerosi studi (per citarne solo alcuni, a partire dai rispettivi ambiti di studio, Lorenz, 1949, 1950, 1963; Hinde, 1980; Fonagy et al., 1991; Ridley, 1993), ovvero nei rapporti genitore-figlio, partner-partner, amico-amico. La scelta del partner adulto – o il rifiuto di averne – è condizionato dall’esito dei primi anni di vita.

I tormenti che il paziente ha dovuto sopportare durante la sua infanzia si riattivano anche con la figura del terapeuta. Tutti i toni che sono risuonati nella stanza dei bambini si possono mostrare già nel primo colloquio, se solo il terapeuta si concede di porsi in ascolto, e tutte le forme di aggressività, represse o manifeste, costituiscono risposte e reazioni a traumi infantili e che possono essere colti solo se il terapeuta ha a sua volta elaborato i suoi traumi e si è liberato dalle proprie coazioni educative (Miller, 1981). Bowlby chiamava Modelli Operativi Interni (MOI) quegli schemi cognitivi interpersonali che la persona ha di sé, delle proprie figure di attaccamento e della relazione tra i due, costruiti a partire dalle esperienze interattive (1969).

La memoria procedurale archivia un’idea precisa di quanto sia affidabile il legame intimo e di quale sia il nesso col premio o la punizione emotiva, ragion per cui si può sostenere con presumibile certezza che il tipo di legame che presenta un quarantenne abbia molte analogie segrete col modo in cui visse da piccolissimo. Tutto ciò è naturalmente estraneo alla mente dichiarativa, sia perché la mappa neocorticale si insedia a partire dai cinque anni in poi, sia perché la rimozione emotiva impedisce di scrutinare liberamente i dati. Questo fatto è però di capitale importanza per il recupero della personalità compressa dal

trauma e costituisce il cardine della teoria della tecnica.

Tecnicamente, il cambiamento è provocato da un diverso modo di reagire a uno stimolo nocivo. Mentre il bambino è chiamato a delegare la difesa al genitore, l’adulto agisce per via diretta. Dinanzi al pericolo, il bambino chiede il soccorso del corpo materno, l’adulto quello del proprio. Il condizionamento infantile sfrutta questo meccanismo, “facendo credere” al bambino di essere in pericolo e di doversi per questo affidare al comando genitoriale, qualunque esso sia (accettando perciò anche paradossalmente di essere molestato o violentato sessualmente, dato che nella sua testa qualunque tortura è meno dolorosa dell’angoscia di morte promessa dall’abbandono affettivo). Lo stimolo “genitore- affettivamente-deficitario” provoca la percezione di rischio mortale e la delega al genitore. Con la crescita, lo stimolo viene camuffato e nascosto da idealizzazione reattiva e rimozione, ragion per cui un adulto “non ricorda” come fu iniziato al collettivismo e anzi, per dirla tutta, non percepisce neppure l’artificialità, o se si preferisce l’originalità, del collettivismo che dà invece per inteso, come fosse la sua vera natura biologica . Presentando però questo stesso stimolo a un essere adulto predisposto al cambiamento, la reazione cambia: la persona non si sente più primariamente trascinata a chiedere soccorso al genitore, ma a difendersi in prima persona da quel “genitore-affettivamente-deficitario” e si viene pertanto a trovare per la seconda volta nella grottesca condizione di dover vivere un conflitto con coloro che lo misero al mondo. La prima fu naturalmente quella dei primi anni, in cui protestò e pianse, senza ottenere altro risultato che finire ancor più vittima del circolo vizioso, dato che la protesta del bambino rende il genitore più distaccato e costrittivo. La seconda lo vede invece impegnato in un conflitto emotivo il cui punto d’arrivo è la soppressione del legame fondato sulla ricerca del consenso negato. Grazie alle informazioni del terapeuta, in poche settimane la persona in cura vede crescere l’irritazione per il modo in cui fu trattato da bambino – la stessa irritazione che proverebbe immaginando che i genitori agiscano a quel modo coi nipoti, cioè coi suoi stessi figli – e questa irritazione comincia a premere contro il vecchio sistema procurando una vera e propria “guerra civile” all’interno della personalità che, va detto, si sente piuttosto disorientata. Da sotto, il vero Sé preme per portare in equilibrio il sistema della ferita aperta, reagendo secondo il mandato istintuale che prevede di allontanare chi si mostra ostile o freddo. Da sopra, il vecchio risponde irrigidendosi, perché mosso dalla certezza che così facendo si inasprirebbe ancor di più il dolore per la reazione dei parenti. È qui che si gioca la partita, la quale può dirsi vinta nel momento in cui la forza di prendere una decisione autonoma – cesso di avere paura della loro reazione – supera quella della dipendenza fondata su quella stessa paura. Come spesso capita in medicina, il miglioramento è ottenuto attraverso l’evocazione di una vis sanatrix naturae.

Si può dire che il percorso di cambiamento, per quel che riguarda la persona in cura, si sostanzia nel dover affrontare e vincere la paura di provocare una reazione di delusione nel genitore, quella stessa delusione che per tutta l’infanzia è servita a piegare il comportamento nella direzione dell’etica efficientistica. Non vale certamente osservare, pur con logica evidente, che se un adulto ha tanta paura di deludere il genitore, vuol dire che non ha mai conosciuto un genitore non-deluso, cioè affettuoso e sorridente in modo non intermittente, dunque non si comprende cosa abbia realmente timore di perdere.

Questa condizione non vale perché è notorio che un gran numero di persone adulte sono legate a partner che le trattano con aggressività e freddezza e anche nel loro caso la motivazione che apparentemente gli impedisce di allontanarli è il timore di renderli, così facendo, freddi e aggressivi. L’inganno emotivo funziona così bene che la mente cognitiva da sola non ha il potere di smascherarlo.

L’etica è fondata sul principio che la disapprovazione affettiva procurata col deficit è peggio di qualunque rinuncia, sacrificio o forzatura dei propri naturali desideri e della propria spontaneità. Esiste però un modesto numero di persone in cui la fiamma della vitalità non è spenta del tutto e che chiede per questo di essere aiutato da un terapeuta a trovare la via d’uscita.

Il terapeuta ha un ruolo cruciale, e qui siamo al secondo principio di funzionamento della terapia, perché solo rileggendo i fatti secondo la logica del bambino può fungere temporaneamente da “genitore-alleato” che appoggia e aiuta il paziente a vincere la sua battaglia. Se viceversa si schiera a favore del collettivismo, giudicando inopportuna e inappropriata la protesta del Sé interno, non consentirà la liberazione dal vincolo.

E’ fondamentale dunque che il terapeuta si identifichi coscientemente con il bambino presente nel paziente. Già lo psicoanalista ungherese Ferenczi affermava che la vera cura è la libera comunicazione della più profonda empatia, intrinseca nelle risposte del terapeuta (1933).

Con tale atteggiamento empatico, il paziente, forse solo per la prima volta nella vita, avrà l’opportunità di incontrarsi con se stesso e con la propria esistenza e di accostarsi quindi ai suoi traumi inconsci, esperienza che può riempirlo tanto di angoscia, quanto di speranza dell’aver trovato qualcuno che finalmente li riconosca come tali.

Dunque l’approccio del terapeuta che utilizza un metodo psicodinamico contemporaneo è diverso da quello di un terapeuta che ne segue uno tradizionale. Scoprire quali desideri pulsionali sta reprimendo il paziente, per interpretarli attraverso il processo analitico, significa sicuramente tentare di comprendere la sua infanzia, ma rimane uno sforzo insufficiente se non ci si accosta alla realtà del bambino di un tempo, alla sua emotività repressa dai traumi realmente accaduti (Miller, 1981). Un terapeuta dovrebbe essere un “testimone consapevole” nei riguardi del paziente, un “avvocato difensore” di colui che chiede il suo aiuto per uscire dal proprio disagio.

Questo tipo di esperienza affettivamente piena, di accompagnamento alla verità e di raggiungimento della consapevolezza, rappresenta un fondamentale momento di cambiamento in psicoterapia.
Il cambiamento non si nutre però solo di spiegazioni, racconti o comprensione di qualcosa, poiché ha bisogno di esperienza vissuta, sentimenti e azioni che compongono una situazione reale. E’ necessario, quindi, che il terapeuta senta e condivida l’esperienza del paziente, che sarà così aiutato a migliorare l’immagine di sé. L’esperienza vissuta è, pertanto, fattore di cambiamento. Nel qui e ora, del “momento presente” (Stern, 2004) , la connessione col passato influenza l’esperienza attuale e da questa ne viene trasformato. Il cambiamento in psicoterapia avviene quando il passato funzionale che agisce sul comportamento presente, condizionandolo, è modificato dalle esperienze di presa di consapevolezza che si vivono nel momento presente in terapia.

Il cambiamento avviene nei “momenti di incontro” attraverso modificazioni dei modi di

stare in relazione, quindi è dato dalla relazione terapeutica stessa, una relazione profonda, sicura, vera. Nella relazione si crea qualcosa di nuovo che modifica l’ambiente

intersoggettivo (Stern, 2004).

L’etica è la sostituzione di un atto spontaneo e istintuale con uno forzoso e artificiale. Il solo modo per ottenere questa modificazione è quello di far leva sulla paura, costringendo un individuo a anteporre la scelta imposta a quella da lui desiderata. Gli psicologi hanno chiamato falso Sé questo castello di comportamenti coatti, ma non si sono chiesti perché mai in ciascuno si trovi una seconda pelle fatta di obblighi e sensi di colpa che ricopre la prima, vera, libera e naturale.

Anche il premio connesso alle azioni ha cambiato di segno, dato che mentre le azioni spontanee degli animali sono accompagnate da un senso di piacere previsto per natura, quelle umame coatte sono seguite da una riduzione dello stato di rischio. La sensazione che ne deriva è sempre piacevole, ma è collegata appunto alla riduzione di una paura e non a quella di un aumento del benessere. La maggior parte delle cose non vengono fatte per il piacere di farle, ma per ridurre lo stato di tensione collegato al pensiero di quel che ne conseguirebbe se non si facessero. In termini skinneriani, non si agisce per guadagnare un premio, ma per scansare una punizione, il che rende la prestazione ben più più efficiente.

Avere la forza di far emergere il desiderio di sotto la paura è il segno della psicoterapia psicodinamica (dinamico è sinonimo di conflitto, e solo vincendo la paura si supera il conflitto). Quando il processo funziona è di solito accompagnato da un corteo di sogni sempre uguali: “Ho litigato vivacemente con qualcuno”, “Avevo un bambino piccolo di cui mi prendevo cura”, “Trovavo una persona di sesso opposto con cui mi abbracciavo e che baciavo e provavo una sensazione di benessere molto forte”. È anche accompagnato dalla comparsa di un diverso rapporto coi genitori, migliore e più vero, sempre che costoro accettino di fondare il rapporto coi figli non sul giudizio o sul controllo, ma sulla complicità, dato che il figlio non è più in grado di impostare la relazione sulla dipendenza, sull’efficienza imposta e sull’aggressività passiva.

Contrariamente a quel che si crede, infine, non è vero che un adulto libero di agire secondo il desiderio si trasforma in un egoista antisociale, anzi, riduce decisamente la sua quota di ostilità repressa e il suo bisogno di soddisfazione compensatoria – e quindi inappagabile. Diventa semplicemente una persona meno in tensione, come meno tese sono le persone dei pochi popoli amichevoli rimasti in qualche angolo del pianeta, che non stressano le infanzie dei loro figli per rafforzare il collettivismo allargato, con le sue conseguenze darwiniane più immediate. L’espansione coloniale e l’iperproduttività consumistica (che serve primariamente a produrre armi o intelligence) sono infatti fortemente funzionali alla propagazione dei gruppi più competitivi, ma richiedono, come una multinazionale volta a ottenere il massimo profitto, un grande sforzo “nevrotico” ai loro membri.

BIBLIOGRAFIA E PRINCIPALI AUTORI DI RIFERIMENTO

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