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Konrad LorenzNegli anni Trenta del secolo scorso, Konrad Lorenz scoprì che i piccoli soggetti a cure parentali si legano ai genitori attraverso l’imprinting e che l’insistenza con cui riguadagnano la distanza da essi, ove si trovino a essere separati, è dovuta all’obbligo di avere salva la vita rispetto ai predatori che attentano alla loro vita. John Bowlby, trent’anni dopo, estese il concetto ai bambini, chiamando comportamento di attaccamento la tendenza di questi a legarsi e a disperarsi se separati dalle madri e affermò che alcune patologie adulte dipendono dal cattivo esito dell’attaccamento infantile: madri sfuggenti creano figli insicuri. Alice Miller, negli anni Ottanta, mise in luce che gli adulti della specie umana trattano con freddezza o crudeltà i propri figli in conseguenza del modo in cui essi stessi furono cresciuti e che l’intero ventaglio della patologia psichica, come della delinquenza mondiale, dipende dalla trasmissione transgenerazionale di questi atti ostili inconsci. La teoria del deficit parentale mette insieme i pezzi, aggiungendo una motivazione darwinistica: gli esseri umani espongono la prole a stress psichico per costituire gruppi coesi e combattivi attraverso le risposte di dipendenza e aggressività attivate dal deficit affettivo. A livello oggettivo questo ha reso l’uomo vincente su ogni altra specie animale e alcuni gruppi umani dominanti sugli altri. A livello soggettivo ha creato la nevrosi, intesa come conflitto fra motivazioni in contrasto, prima fra tutte quella di ricercare rassicurazione presso lo stesso soggetto che ha ingenerato l’allarme.

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